Geisha, chi sono e quali libri le hanno rese note all’occidente?

Chi è la geisha? Perché pensando a lei si immagina un mondo fatto principalmente di eros? Cosa rappresenta davvero questa icona della tradizione nipponica, e come è giusto percepirla in un occidente che troppo facilmente dà credito a ciò che gli viene spacciato per vero, senza preoccuparsi di approfondire l’argomento?

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Diventare geisha è un vero e proprio lavoro: si comincia molto giovani e si studia per anni, apprendendo le sublimi arti del canto, della musica e del ballo; devono essere in grado di intrattenere senza mai annoiare i business man o i clienti in generale che chiedono la loro compagnia durante cene aziendali o di piacere.

Qualche anno fa – nel 1998 e poi in una nuova edizione nel 2000 – usciva in Italia il libro di Arthur Golden, Memorie di una geisha, dal quale fu poi tratto l’omonimo successo cinematografico diretto da Rob Marshall e interpretato da una meravigliosa protagonista che però di giapponese aveva solo i vestiti: l’attrice, Zhang Ziyi, è infatti cinese. Nonostante abbia trovato il film splendido, non posso che storcere il naso per una prepotenza gratuita inflitta da Golden alla sua informatrice segreta. Per scrivere il suo bestseller, lo scrittore aveva infatti consultato l’ex-geisha, sotto giuramento di non rivelare mai il suo nome (nel mondo del fiore e del salice è considerata una grandissima mancanza di rispetto rivelare i segreti che lo avvolgono). Ciò che accadde in seguito fu esattamente il contrario e chi ha letto il libro lo sa: nell’ultima pagina ci sono i ringraziamenti, e tra i vari nomi figura anche quello di Mineko Iwasaki che, per questa citazione, ricevette minacce e fu additata come una “traditrice”. Iwasaki portò Golden in tribunale nel 2001 con l’accusa di violazione di contratto e diffamazione. Nel 2003 un accordo stipulato privatamente tra la Iwasaki e la casa editrice di Golden pose termine alla causa, in cambio del versamento alla donna di una cifra di denaro non rivelata pubblicamente. Successivamente la nostra geisha volle riscrivere la storia, stavolta in maniera più veritiera, senza alterare la realtà come invece fece Golden, e con l’aiuto di Rande Gail Brown aggiunse un nuovo capitolo a questa “saga” infinita. Il suo libro fu pubblicato (con un buon successo di pubblico) con il titolo di Geisha of Gion nel Regno Unito, e con quello di Geisha. A Life, negli Stati Uniti, e fu in seguito tradotto in varie altre lingue. In Italia è stato pubblicato come Storia proibita di una Geisha. Una storia vera, per la Newton Compton Editori.

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Poco conosciute sono le pubblicazioni “alternative” a quella di Golden, nonostante non abbiano nulla da invidiare allo scrittore americano, sto parlando prima di tutto di: La mia vita da Geisha di Liza Dalby. Questa antropologa americana affrontò gli studi per diventare geisha negli anni della tesi, immergendosi totalmente nella loro vita e nelle loro abitudini, e sperimentando anche quel concetto di sorellanza che si viene a creare tra apprendiste, quel rispetto verso le madri e le geisha già affermate. Il libro è davvero bello: tutto viene descritto con tale delicatezza e accuratezza di dettagli che leggerlo è più che un piacere; lo si potrebbe definire uno studio finalizzato a far luce sulla confusione che esiste nei confronti di un mondo tanto chiuso quanto affascinante.
Altra lettura che consiglio è Geisha di Lesley Downer, un vero e proprio salto storico di quattrocento anni in cui l’autrice racconta come si è andato formando il fenomeno delle geisha e spiega curiose abitudini, come quelle di utilizzare uomini al posto di donne per incarnarne la sensualità.

Negli ultimi anni c’è stata una esplosione di libri sull’argomento. Sicuramente i testi più veritieri ad oggi si contano sulla punta delle dita di una mano. Fatto è che queste letture rimangono terribilmente affascinanti, coinvolgenti e in grado di farti volare attraverso le descrizioni in un mondo sconosciuto, quasi inviolato, ergendosi al ruolo di lettura di evasione e di riflessione, perché no.

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Linguisticamente parlando infine, la parola geisha non possiede un plurale, come del resto la parola kimono.
Le geisha non sono prostitute né tantomeno lo sono le maiko: queste artiste incarnano il Giappone antico nel vero senso del termine, sono uno dei fiori all’occhiello nipponici.

Una geisha è l’eccellenza, e l’eccellenza si paga a caro prezzo. Negli ultimi anni c’è stato un sostanziale “calo delle iscrizioni” nell’ambiente. Le donne sono maggiormente emancipate e la figura di questa artista non ha più la stessa grande attrattiva che poteva avere il secolo scorso, le donne sono meno portate a vivere “relegate” in un mondo fermo esteticamente ad anni ed anni addietro, e, soprattutto, l’impegno, la costanza e la volontà che la formazione in questo settore richiede non sono più affrontati con desiderio ed energia dalle nuove generazioni.

La parola geisha, in giapponese, introduce una persona (sha) devota all’arte (gei), il cui principale talento è quello di creare un’atmosfera di distacco da quella che è la realtà quotidiana. Queste donne dai kimono eleganti sono delle artiste.
La realtà odierna ha aperto un varco sulla realtà del fiore e del salice (così viene definito l’incantevole mondo delle geisha) e, anche se in maniera errata e talvolta davvero grossolana, abbiamo imparato molte cose sul loro conto: sappiamo che i quartieri dove vivono sono una verità a parte, dove gli uomini che vi lavorano hanno mansioni come acconciare i capelli, aiutare a indossare i kimono e altri doveri che possono apparire esili agli occhi di una concretezza come la nostra.
Le geisha vivono in case (okiya) gestite da proprietarie dette in giapponese: okasan, donne adulte che rispecchiano la tradizionale figura dell’imprenditrice. La parola “geisha” è tipica del dialetto di Tokyo, e infatti a Kyoto le geisha vengono chiamate: geiko.
Un’apprendista geisha è definita maiko (fanciulla danzante), e si riconosce perché ha il viso pitturato di bianco e molti accessori nei capelli. Un’apprendista è molto meno sobria di una geisha.

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I suoi capelli, neri per eccellenza, sono sempre raccolti sul capo in difficili acconciature che ricordano la forma di un nido.
Indossa solo tabi (scarpe giapponesi) e calze di seta, in modo da tenere tutto il corpo coperto ed esprimere, secondo l’eleganza estetica giapponese, sensualità. Il colletto del kimono sarà l’unico vezzo erotico che la nostra artista si concederà: per i giapponesi, infatti, il collo è un punto di massima sensualità, e lasciarlo scoperto è pura seduzione. I vestiti che indossa una geisha si fondono con le stagioni: la geisha segue il ritmo della natura e la accompagna attraverso l’uso di colori sobri o delicati. La fascia che portano in vita, l’obi, viene legata dietro in modo particolare, e si differenzia in questo modo dalla stessa fascia che usano le prostitute, legata invece sul davanti (per ovvie ragioni di praticità).

P.s questo mio articolo, che racconta una minima parte di un mondo tanto antico quanto affascinante, è stato pubblicato su: Mag o, il magazine di scrittura della scuola Omero di Roma.

-L’immagine in evidenza è tratta dal film: “Maiko wa lady”, in giapponese “舞妓はレディ”-

Romina.

Le immagini 1 e 3 e l’immagine di copertina di questo articolo sono tratte da Google.

Le immagini 2 e 4 sono di proprietà dell’autrice del blog.

5 thoughts on “Geisha, chi sono e quali libri le hanno rese note all’occidente?

      1. Se ti va, poi fammi sapere come l’hai trovato. Se invece non dovessi più sentirti, per me avertelo fatto scoprire è già una grande soddisfazione. Grazie a te per la risposta! 🙂

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  1. Consiglio come altro titolo che racconta della vita di una geisha, ma in generale è la vita di una donna che si rivoluziona pian piano “La virtù femminile” di Harumi Setouchi.

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